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Le prediche del Papa sulla
solidarietà.
Le ricchezze della Chiesa
quanto costa il suo mantenimento
(Cosa ne fa di tutte quelle stanze
e quanto costa mantenerle).
Credo che la fede di ogni uomo sia connessa con
l’immagine che egli ha di Dio. Questa immagine, infatti, implica tutto l’insieme dell’uomo stesso: il modo di
vivere, di essere, di relazionare con gli altri. Per un cristiano, la Chiesa è la logica conseguenza che egli ha dell’immagine di
Dio e la prima condiziona
la seconda e viceversa.
Questo vuol dire che se un uomo ha una immagine
di Dio prepotente ed autoritario, anche la Chiesa sarà prepotente ed
autoritaria; se viceversa un cristiano ha una immagine di Dio Misericordioso, generoso e
solidale con i poveri ed i bisognosi, anche la Chiesa sarà
l’incarnazione di questi concetti. Amore, perdono, solidarietà,
fratellanza, sono tuttavia concetti astratti che devono fare i conti con
l’applicazione pratica con cui tutti gli uomini sono chiamati a
confrontarsi.
Molti di noi sono abituati ad ascoltare le
prediche del Papa, i suoi sermoni, le sue omelie. Altri le leggono sui
giornali o su internet; l’ultimo mezzo di comunicazione che il Sommo
Pontefice utilizza è il telefonino. Possiamo, infatti, da qualche
settimana ricevere sui
nostri cellulari messaggi sms
con “pensieri” del Papa.
Noi ascoltiamo le prediche del Papa, ma
soprattutto leggiamo i suoi discorsi, i discorsi del Papa pellegrino,
del Papa viaggiatore ed a volte, se non si comprendesse quale sia il suo
vero mandato, la sua vera missione, si potrebbe cadere nell’equivoco
più ovvio, l’equivoco nel quale, a volte, cadono credenti e non
credenti. Non viaggia come tutti, ma,
solo come il Papa può fare, per
portare la parola di Dio in ogni angolo della terra, anche il più
remoto.
Dovremmo chiederci: qual’è la vera missione
della Chiesa di cui il Papa è la massima espressione?
Diffondere il “Verbo di Dio”? Gesù parlava
di sacrificio, di povertà, di onestà.
La Chiesa come “assemblea di un popolo che cammina insieme” a volte ha dato l’impressione di non seguire queste indicazioni. Proprio
recentemente Giovanni Paolo II, ha espresso un mea-culpa di portata storica, di
rilevanza mondiale; ha aperto una nuova stagione in un mondo che tende
ad escludere Dio o a ridurne l’importanza nell’esistenza umana. La
Chiesa considerata come “famiglia allargata” (visto che in essa
siamo tutti fratelli), può
far coesistere il buono e il cattivo figlio, così possiamo vedere
coesistere S. Francesco e Papa Borgia, Madre Teresa di Calcutta e Paul
Marcinkus.
Ma torniamo al tema del nostro ragionamento.
Le ricchezze della Chiesa
da dove provengono? Chi gestisce tutto questo fiume di denaro, di opere
d’arte e il patrimonio immobiliare? Quanto costa tutto il sistema? E’ lecito parlare di bussines?
La Chiesa è sicuramente
la più nota Istituzione caritatevole. E’ attiva attraverso molte
strutture, con Caritas e Missioni che si pongono al di sopra di tutte le
altre prodigandosi per l’eliminazione della povertà, della
sofferenza, dell’emarginazione, della fame e delle malattie nel terzo mondo.
E’ finanziata con donazioni private e con appelli fatti dai pulpiti,
sui giornali parrocchiali e altri organi di informazione, con cui il
fedele è invitato a destinare alla Chiesa la quota dell’otto per
mille (durante la dichiarazione dei redditi) che essa, opinione diffusa,
investirà in opere di beneficenza.
La Banca Vaticana, meglio
conosciuta come IOR (Istituto per le Opere Religiose) fondato da Pio XII
nel giugno del 1942 ha assorbito l’amministrazione delle Opere di
Religione costituita da Leone XIII nel 1887.
Lo scopo dell’Istituto
è di provvedere alla custodia e all’amministrazione dei beni mobili e
immobili trasferiti o affidati all’Istituto da persone fisiche o
giuridiche e destinati ad opere religiose o di carità. L’Istituto è
stato riformato con il consenso di Giovanni Paolo II negli anni ottanta
dopo il clamoroso scandalo nel quale oltre a Roberto Calvi responsabile
del Banco Ambrosiano è rimasto coinolto anche Paul Marcinkus responsabile dello IOR.
Il capitolo delle opere
d’arte è un lungo capitolo e in questa analisi sicuramente molto
superficiale ci chiediamo: a chi appartengono? Due millenni di storia,
di arte, di cultura, la Basilica di Pietro, la Cappella Sistina, la Pietà
di Michelangelo, le stanze dei musei
Vaticani, appartengono alla Chiesa o sono patrimonio
dell’umanità e sono solo gestiti(e piuttosto bene) dalla Chiesa?
Si racconta nelle memorie
di Daniel Wildenstein famoso mercante d’arte che nel 1978, poche settimane
prima della sua morte, Paolo VI gli chiese se
era possibile vendere la Pietà di Michelangelo allo scopo di aiutare i
poveri del Terzo mondo.
Un’opera
d’arte di sette tonnellate e mezzo di marmo bianco che rappresenta il
più importante simbolo artistico del cattolicesimo; “la Pietà”,
che il Papa pensò, di allontanare
da San Pietro con il più nobile dei
pensieri: aiutare i poveri del Terzo mondo. Fortunatamente gli fu
impedito.
La
Santa Sede è solo custode vigile e scrupolosa di una immensa quantità
di opere d’arte in parte donate e in parte proprietà privata dei
successori di S. Pietro, esposte in stanze degne di accogliere cotanta
bellezza e a disposizione di chiunque abbia voglie e desiderio di
apprezzarle.
Con
la stessa logica con cui chiediamo alla Chiesa di vendere alcune cose
per aiutare i bisognosi, potremmo
chiedere allo Stato di vendere il Colosseo di Roma, o gli Uffizi di
Firenze o la Mole Antonelliana di Torino
o qualcuna delle tante opere d’arte che l’Italia possiede.
Questo risolverebbe qualche problema economico agli italiani? Purtroppo
no.
Sarebbe
solo una goccia nel mare. Inoltre va ribadito che le ricchezze di cui la
Chiesa è custode, sono per la maggior parte frutto di donazioni di
cristiani alla Chiesa stessa (cioè a tutti noi) e anche, perché no?,
il risultato di saggi investimenti degli amministratori di questo
patrimonio. Anche noi
(parlo proprio di noi abitanti dell’Oltretorrente) , nel nostro
piccolo, abbiamo contribuito ad
abbellire la nostra chiesa parrocchiale. Abbiamo anche fatto qualche
sacrificio affinchè il luogo dove ci riuniamo a pregare sia bello e
confortevole, ma non per questo abbiamo dimenticato il dovere di
solidarietà verso i bisognosi della nostra comunità e anche di comunità
lontane da noi. Orbene: allarghiamo il nostro operato al mondo ed avremo
la dimensione dell’operato ecumenico della Chiesa. Permetteremmo al nostro parroco di vendere la
“nostra” Chiesa? Certamente
no. Ci appartiene: è il luogo dove celebriamo i battesimi, i matrimoni,
dove diamo l’addio ai nostri cari, dove andiamo a cercare conforto, a
prendere la comunione, ad assistere alla Santa Messa, dove viviamo
l’appartenenza alla comunità, dove i nostri bambini frequentano il
catechismo. Come possiamo pensare di non avere più un luogo per la
nostra vita spirituale?
Occorrerebbe più spazio sul giornalino per raccontare
solo qualcuno dei mille piccoli episodi dell’infanzia e della
adolescenza della nostra generazione all’interno della parrocchia. Si
potrebbe raccontare di quando don Luigi e don Domenico avevano messo a
disposizione una stanza per i ragazzi del quartiere. Si potrebbe
raccontare dei sabato pomeriggi passati a suonare le chitarre, a parlare
di tutto un po’ con gli amici, a leggere le poesie “proibite” di
Prevert, sotto gli occhi indulgenti dei nostri sacerdoti, delle torte
che la mamma di don Domenico preparava per merenda: si potrebbe parlare
di questo luogo che ci ha aiutati a crescere e dai cui muri, di cui è
impregnato, attingevamo valori ed amore per il prossimo. La Chiesa è
una parrocchia come la nostra: solo molto più grande. Quanto ci costa
mantenerla? Solo quello che possiamo e vogliamo dare, non una lira
(pardon: un euro) di più.
Vincenzo
Risolo
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