PARROCCHIA DI OGNISSANTI   

VIA NINO BIXIO 113 - 43100 PARMA

TELEFONO 0521.23.75.64 


 

home

Le novità

Gli orari delle messe

I gruppi parrocchiali

Il giornalino

I nostri amici (quelli che

finanziano il giornalino)

I Parroci

Feste e gite

Guide e cose utili

I personaggi e le

famiglie storiche

Articoli vari

Arie poetiche

Indirizzi utili

La nostra città

La nostra catechesi

La storia della parrocchia

L'arte nel  quartiere

Le ricette

Ridiamo un pò

                               

 

Dove spira la Poesia

Fausto Bertozzi, il poeta ingegnere dei nostri giorni

 

Evidentemente nel nostro Oltretorrente ha tirato spesso aria buona per la Musa della poesia, se questa è venuta ad aleggiare nei borghi, per baciare in fronte, a sua scelta, un Pezzani, uno Zerbini, un Vicini e…, fra gli altri, Fausto Bertozzi.

Chi è costui? E’ un poeta vernacolo oltretorrentino che gioca a nascondino con la sua modestia e che solo veri amici ed estimatori riescono a portare allo scoperto.

La sua laurea in ingegneria lo ha impegnato fino all'età della quiescenza fra progetti e calcoli matematici negli uffici della Barilla, e tutto fa pensare che Pitagora non potesse che incanalare la sua creatività mentale in una sola direzione arida e concreta. Invece no, perché nel bravo ingegnere si celava un’anima poetica che lo induceva ad esprimere in versi le passioni umane della vita e della realtà attorno a lui.

Per una sorta di pudore, si nascondeva dietro lo storico pseudonimo Riccio da Parma che abbandonò quando lasciò il lavoro per tornare ad essere solo Fausto Bertozzi, un uomo libero, un poeta dialettale, dichiaratamente un grande nella poesia vernacola parmigiana. Ma è timido, tende a sminuirsi e non si convince di avere scritto e di scrivere ancora dei piccoli capolavori. E forse è anche questa la sua grandezza.

Intanto, nel tempo, le sue carpette “scoppiano” di manoscritti che attirano l’attenzione di due suoi amici, di tutto rispetto culturale, Guglielmo Capacchi e Gian Pietro Caffarra, i quali lo inducono a dare alle stampe parte di tanta raccolta. Così nel 1989 esce il suo primo libro, edito da Palatina Editrice, intitolato Scarfulli. Bertozzi confessa, poi,  di non sapere se è più forte il piacere o il pudore di vedere le sue parole vestite a festa nelle pagine di un libro.

La sua è una poesia che matura “dentro” e che trova “al di fuori” il pretesto per concretizzarsi nella parola che è spontaneamente in rima.

Le sue poesie sono diverse, non sempre facili, molte si arrestano di colpo obbligando alla riflessione per risalire alla profondità del contenuto; sono poesie che richiedono attenzione, impegnano lo spirito e alla fine fanno esclamare: Però, che bellezza!

Gli è di aiuto la sua ampia ed estesa conoscenza lessicale del nostro dialetto, la grande facilità e proprietà del linguaggio. Scrivere in dialetto gli è congeniale come respirare, ama a tal punto la lingua materna da confessare che per lui il dialetto è strumento di forza espressiva, per cui lui stesso pensa, gioisce, si addolora e impreca sempre in dialetto, perché gioire e soffrire in italiano non è così sincero e così forte e così bello...

Come ogni altro poeta vernacolo anche Bertozzi ha “cantato” la sua città, vi ha trasferito in rime il proprio rapporto sentimentale, come se fosse un’amante bellissima che ora piano piano delude perché cambia volto un poco alla volta, inesorabilmente! Bertozzi ha, però, fermato il tempo abbracciando una città dall’aspetto virginale, oltretorrentina, ricca di rumori che altro non sono che musica che va diritta al cuore di chi vi è nato e cresciuto. Persino la nebbia, l’odiata “fumära”, qui diventa una veste di voil traspirante profumo.

Tanto per ricordare qui qualcuna delle sue poesie, citiamo Parma, La Parma, I Traj, La fnestra sora ai copp, La rosada ‘d San Zvan, Do s'ciapi d'inguria e La Césa di Sant[1] che il poeta fa parlare come una mamma amorosa.

Ma il capolavoro, il pezzo più forte che dice quanto il poeta Bertozzi sia totalmente permeato di parmigianità, padrone di immagini, prestigiatore della parola è la poesia intitolata L’arlia che sicuramente molti parmigiani hanno sentito recitare. Recentemente i1 poeta ha scritto di getto una poesia che dà uno scossone al malcostume che dilaga fra i giovani, come fosse un segno di conquistata emancipazione verbale: la bestemmia, come intercalare nel discorso.

L’ispirazione gliel’ha data poco tempo fa un missionario saveriano, padre Giancarlo Coruzzi, al rientro in Italia ed a Parma dal Brasile, dopo trenta anni, il quale rimase tristemente colpito nel trovare qui una gioventù che bestemmiava senza ritegno. Se avesse avuto il tempo di fermarsi, il missionario avrebbe promosso una vivace campagna contro la bestemmia, ma, purtroppo per noi, la missione lo ha richiamato altrove; se ne è andato, ma non prima di lasciare qui un monito, un messaggio sferzante a quei giovani dal vocabolario inquieto: “No, ragazzi, la bestemmia è una cosa schifosa, nauseante, stomachevole, orribile, ripugnante, micidiale e vergognosa”. Sette aggettivi che Bertozzi, da par suo, ha trasformato per ammonire i colpevoli e per sensibilizzarli al rispetto di sé e degli altri che ascoltano.

Si pensa di fare cosa utile riprodurre qui la poesia di Bertozzi, La bjastumma, con traduzione speculare in lingua italiana per coloro che non avessero dimestichezza col dialetto scritto. Ma quanti di questi giovani a cui è diretto il monito la leggeranno?

 

Peppino e Annaberta Spaggiari

 

LA BJASTUMMA

(Da spunti del missionario saveriano padre Giancarlo Coruzzi - Grafia dialettale corretta dal prof. Guglielmo Capacchi)

 

L’é un delitt sénsa masär,

pés ancòrra che robär,

spudär sóra a chi t’ vól ben,

dir: “Gh’ò un Pädor asasén”,

där un s’ciaf a un inocént,

a Vón ch’ vól ch’a t’ sij contént,

ch’a t’ darè tutt al so cór

cuand t’é carogh äd dolór.

T’ò sentì! T’ m’è fat pjetè…

Mo parchè ät bjastumè ?

Lasa perdor j acidént

se po’  t’ diz ch’a n’ t’ credd a njént !

E se invéci a t’ credd a cuél,

parchè a t’ voltot vers al cél ?

Lasa andär, fa mént a mi:

s’a gh’é cuél incó äd travèrs,

spéta ch’ véna un ätor dì:

coll ch’ sucéda al gh’à du vers:

sóra al nuvvli, pénsogh bén,

gh’é un azurr sémpor bél srén,

e se apén’na un po’ a t’ guardiss,

spónta ’l Sgnór in méza al fiss !

Guärda… e spéta ch’ gnirà ’l sól…

Sit a téra ?… A t’ spicrè ’l vól…

Mo s’a n’ t’ fè che ma1edìr…

A n’ so miga indo’ t’ ve a fnir…

Sät ? Cardemma äd savér tant:

bjastumär l’é da ignorant !

Scóltom… täz… dmanda pardón,

Ch’a t’ vój bén, al me suclón.

Schèrsa alóra con i fant

però guäj s’a t’ tocch un sant !

 

Fausto Bertozzi

 


La bestemmia

 

È un delitto senza ammazzare,

peggio ancora che rubare,

sputare su chi ti vuole bene,

dire: “Ho un Padre assassino”,

dare uno schiaffo ad un innocente,

a uno che vuole che tu sia contento,

che ti darebbe tutto i1 suo cuore

quando sei carico di dolore.

Ti ho sentito! Mi hai fatto pietà...

Ma perché hai bestemmiato?

Lascia perdere gli accidenti,

se poi dici che non credi a niente!

E se invece credi a qualcosa,

perché ti volti verso il cielo?

Lascia perdere, dài retta a me:

se c’è qualcosa oggi di traverso,

aspetta che venga un altro giorno:

quello che succede ha due versi:

sopra le nuvole, pensaci bene,

c’è un azzurro sempre bel sereno,

e se appena un po’ tu guardassi,

spunta il Signore in mezzo al torbido!

Guarda... e aspetta che verrà il sole...

Sei a terra ?... spiccherai il volo...

Ma, se non fai che maledire...,

non so dove andrai a finire...

Sai? Crediamo di sapere tanto:

bestemmiare è da ignorante!

Ascoltami... Taci... Domanda perdono,

perché ti voglio bene, i1 mio zuccone.

Scherza allora con i fanti,

però guai se tocchi un santo!

 

 

Didascalia:

L’ingegnere e poeta Fausto Bertozzi.



[1] Quest’ultima poesia ha impreziosito La Césa di Sant e dintorni del Natale 1998 (p. 16); un’altra è comparsa nel numero di Natale 2003, p. 17: Al Pont ad la Navetta.

 
Preghiera del mese

Ave o Maria, piena di grazia.

Il Signore è con te.

Tu sei benedetta fra le donne e benedetto è il frutto del seno Tuo: Gesù.

Santa Maria, madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell'ora della nostra morte. Amen

Per informazioni e segnalazioni su questo sito inviare una mail a: bassib@libero.it  © Bruna Bassi e Vincenzo Risolo